Pippi si trasferisce a Villa Villacolle -parte terza-

 E aveva ragione. Pippi era davvero una bambina straordinaria. La cosa più eccezionale in lei era la sua forza. Era così tremendamente forte, che in tutto il mondo non esisteva un poliziotto che fosse forte quanto lei. Poteva benissimo sollevare un cavallo se lo voleva. E lei voleva. Possedeva proprio un cavallo, comperato con una delle tante monete d’oro il giorno steso del suo arrivo a Villa Villacolle. Aveva tanto sognato di averne uno tutto per sè e ora il cavallo abitava in veranda, e quando Pippi desiderava bersi lì il suo caffè pomeridiano, semplicemente lo sollevava e lo depositava in giardino.
Vicino a Villa Villacolle c’era un altro giardino, e un’altra casa. In quella casa abitavano un papà e una mamma con i loro due graziosi bambini, un maschio e una femmina. Il ragazzo si chiamava Tommy e la bambina Annika. Erano due bambini molto gentili, ben educati ed obbedienti. Mai che Tommy si mangiasse le unghie o si sognasse di non fare quello che la mamma gli chiedeva.

Pippi si trasferisce a Villa Villacolle -parte seconda-

 “Un angelo per mamma e un re di una tribù di neri per papà. Non capita davvero a tutti i bambini di avere dei genitori tanto distinti!” diceva Pippi soddisfatta. “E appena mio papà si sarà costruito una barca, mi verrà a prendere, e così diventerò la principessa di una tribù di neri. Urra! Allora sì che ci divertiremo!”
Era stato proprio il padre di Pippi a comperare quella vecchia casa in mezzo ad un giardino, molti anni prima. Contava di andarcisi a stabilire con Pippi quando fosse diventato troppo vecchio per continuare a navigare. Ma poi gli era capitata quella stupida cosa di volare in mare e Pippi, in attesa di vederlo ricomparire, decise di stabilirsi a Villa Villacolle. Quello era infatti il nome della casa che, ammobiliata e perfettamente sistemata, non attendeva che il suo arrivo.
Era una bella casa d’estate quando Pippi disse addio all’equipaggio della nave del suo papà, i marinai le volevano un gran bene, e un gran bene voleva loro Pippi.

Pippi si trasferisce a Villa Villacolle -parte prima-

 Alla periferia della minuscola città, c’era un vecchio giardino in rovina. Nel giardino c’era una vecchia casa, e nella vecchia casa abitava Pippi Calzelunghe. Aveva nove anni e se ne stava lì sola soletta. Non aveva nè mammapapà, e in fin dei conti questo non era poi così terribile se si pensa che così nessuno poteva dirle di andare a dormire o propinarle l’olio di fegato di merluzzo quando invece lei avrebbe desiderato delle caramelle.
C’era stato, veramente, un tempo in cui Pippi aveva un papà al quale voleva un monte di bene, e naturalmente anche una mamma; ma erano passati tanti anni che di lei non riusciva a ricordarsi. La mamma infatti era morta quando Pippi era una bimba piccina piccina, che stava nella culla e strillava in maniera così raccapricciante che nessuno resisteva a rimanerle vicino. Pippi era convinta che la sua mamma se ne stesse ora seduta in cielo e guardasse la sua bambina col cannocchiale attraverso un piccolo foro, così Pippi aveva preso l’abitudine di fare un cenno di saluto verso l’alto dicendo: “Non stare in pensiero per me! Io me la cavo sempre!” Ma suo padre, Pippi non se l’era scordato.

La nascita di Atena -parte seconda-

 Atena fu istruita nelle arti magiche e spirituali nella terra di Libia, nella regione del lago Tritonide, dalle sacerdotesse della Dea Madre, e fu istruita anche nell’arte del combattimento, nelle arti marziali, come era consuetudine allora, perché solo combattendo contro un’altra candidata avrebbe potuto diventare la guida spirituale e terrena del suo popolo.
Atena si allenava ogni giorno e con passione, e tante erano le sue compagne di addestramento, tante amiche e compagne con le quali studiava e si allenava, ma solo una tra tutte era la sua amica prediletta, l’amica con la quale condivideva tutto, non solo l’addestramento ma anche i suoi sentimenti segreti, Pallade, la sua amica del cuore.
Atena ancora fanciulla, durante un combattimento di allenamento, troppo coinvolta e presa dalla furia della competizione, uccise una sua amica Pallade.

La nascita di Atena -parte prima-

 Gli Elleni e i loro eredi culturali ci raccontano che Atena nacque dalla testa di Zeus dopo che il Dio si unì alla Titanessa Meti. Atena, ci raccontano gli eredi culturali degli Elleni, non fu generata da Meti perché Zeus temeva che se fosse nato un figlio maschio, questi lo avrebbe stronizzato, esiliato o addirittura ucciso! Zeus inghiottì allora la Titanessa Meti e dopo il giusto tempo, necessario al parto, il Dio fu colto da un forte mal di testa. Zeus chiese ad Efesto, o a Prometeo dicono alcuni, di incidergli la testa con un’ascia. Efesto lo fece, ed appena si aprì una ferita nella testa di Zeus ne uscì la Dea Atena urlante e armata di tutto punto. Questa è la storia che raccontano gli Elleni e i loro eredi culturali, ma i Pelasgi, che vissero molti anni prima degli Elleni, ci raccontano un’altra storia.
I Pelasgi ci raccontano che la Dea Atena nacque in Libia, nel territorio del lago Tritonide, e che molti la conoscevano col nome di Neith.

Il Lupo Mannaro -parte terza-

 Dei lupi mannari si parla nell’antica Grecia del quinto secolo avanti l’Era Corrente, ce ne parla lo storico greco Erodoto, che ci racconta di come alcuni esseri umani si trasformavano in lupi in determinate notti dell’anno. E dei lupi mannari si parla anche nell’antica Roma, nel primo secolo dell’Era Corrente, quando Plinio ci racconta di alcune famiglie che si trasformavano in lupi.
Dei lupi mannari si parla in tutta Europa, dal nord al sud e in differenti epoche storiche.
Lo studioso italiano Carlo Ginzburg ci racconta dei “Beneandanti” del Friuli che si trasformavano in lupi e anche in altri animali, in determinata notti dell’anno, e di preferenza il giovedì, per combattere contro gli spiriti malvagi.
Tutte le persone che si trasformavano in lupi mannari o in altri animali mannari avevano una caratteristica comune: erano nati con la camicia.
Si dice che tutte le persone nate con la camicia abbiano particolari poteri magici e sciamanici e possono viaggiare facilmente tra i mondi e trasformarsi in animali per combattere gli spiriti malvagi.

Il Lupo Mannaro -parte seconda-

 Nel 1560, in un trattato di Caspar Peucer, si legge che, nel territorio del Baltico c’erano degli esseri umani che si trasformavano in lupi nei dodici giorni di Natale (da Natale a La Befana) per combattere gli spiriti malvagi e che quello era anche il periodo in cui i morti senza pace tornavano nel mondo dei vivi.
Molti trattati del tempo parlano dei lupi mannari ed alcuni di essi riportano che la trasformazione da essere umano a lupo era preceduta da un profondo stato di trance.
Ma i racconti e le testimonianze sui lupi mannari non si trovano solo nella regione del Baltico o in Russia, o in Romania, o in Ungheria, come potrebbe sembrare a causa delle testimonianze più recenti. Se ci si spinge a cercare molto più indietro nel tempo si trovano storie che ci raccontano dei guerrieri lupo della tradizione norrena che erano conosciuti col nome di Ulfedhnar. Gli ulfedhnar erano guerrieri molto coraggiosi che combattevano come lupi, con lo stile di combattimento dei lupi, e si dice che a volte, nella furia della battaglia si trasformavano in veri e propri lupi mannari.

Il Lupo Mannaro -parte prima-

 Nel 1662, un uomo di nome Thiess che viveva in Livonia, un tempo una regione della Russia del Baltico oggi divisa tra Estonia e Latvia, in un interrogatorio dell’Inquisizione disse di essere un lupo mannaro. Thiess dichiarò che per tre notti all’anno si trasformava in lupo: la notte di Santa Lucia, che nel calendario Gregoriano corrispondeva al periodo del Solstizio d’Inverno; la notte di San Giovanni che è il Solstizio d’Estate e la notte di Pentecoste, celebrata sette settimane dopo la Domenica di Pasqua che anticamente coincideva con la festa della mietitura e dei primi frutti.
Thiess disse all’inquisitore che in quelle specifiche notti tutti i lupi mannari di Livonia combattevano contro gli spiriti malvagi e raccontò che, per combattere, i lupi mannari usavano fruste di ferro e gli spiriti malvagi usavano rami di ginestra legati a forma di coda di cavallo.
I lupi mannari, raccontò Thiess, combattevano per difendere la fertilità e la produttività dei campi e della terra perchè gli spiriti malvagi avevano rubato i germogli di grano e i lupi mannari dovevano recuperare quei germogli di grano per salvare la comunità dalla carestia.

Origini del Presepe

 Le origini del presepe risalgono alle tradizioni dei culti politeisti di epoca pre-cristiana dell’Europa, dall’usanza dei popoli etruschi, romani e latini di tenere in casa le statuette degli antenati defunti chiamati Lari Familiari (Lares Familiares), disposti in processione o in composizioni di fantasia in un recinto, i Lari Familiari erano gli antenati defunti che proteggevano il benessere della famiglia.
Gli antenati erano rappresentati da statuette antropomorfe di terracotta o di cera, i Lari Familiari, ed erano onorati il 20 dicembre in una serie di celebrazioni dedicate alla famiglia chiamate “Sigillaria”, facenti parte dei Saturnalia. Durante le celebrazioni di “Sigillaria” quando si inserivano in casa le nuove statuette, chiamate “sigillum”, rappresentanti gli antenati defunti, i nuovi defunti della famiglia. Il giorno seguente la celebrazione dei “Sigillaria” in componenti della famiglia si scambiavano dei doni e i bambini trovavano cibo e doni davanti alle statuette.
Dopo la cristianizzazione del mondo romano politeista, iniziata con la conversione dell’imperatore Costantino, le feste politeiste vennero lentamente assimilate del nuovo culto cristiano e fatte coincidere con le date importanti del culto del Cristo di derivazione giudaica.
Il cristianesimo nel corso del tempo cercò, e ancora cerca oggi di fare, di cancellare la memoria delle origini delle feste che aveva assimilato per annientarne la memoria pagana.

La Befana madre primigenia -parte seconda-

 La Befana è descritta come una vecchia signora che cavalca una scopa volando avvolta in uno scialle nero vecchio e logoro e porta un sacco pieno di doni, di solito dolci, per i bambini.
La Befana era la Dea legata allo spirito della foresta, della terra e del passaggio del tempo, ed è spesso associata alla figura della Dea Ecate. Nell’antica Grecia era però la Dea nel suo aspetto di Hera che portava dei doni alla fine del vecchio anno e all’inizio del nuovo. A Roma anche Diana è associata alla Befana perché si racconta che volava sui campi per renderli fertili.
La Dea Madre porta abbondanza e rende fertili i campi, gli animali e gli esseri umani e dona i nuovi semi da piantare in futuro quando assume il suo aspetto di crona, di anziana, ormai non più fertile lascia gli ultimi doni prima di morire per rinascere di nuovo giovane e vigorosa nel nuovo anno. La morte simbolica della Befana è rappresentata ancora oggi bruciando un pupazzo di legna secca dalla forma di una vecchia signora con una scopa.