Come spiegare ai bambini quello che è successo a Bruxelles

di Paola Valeri Commenta

Di regola un bambino è tenuto al riparo dagli atti più feroci e dalle violenze che la tv propina nei film. Non è un caso che ci sia la cosiddetta fascia protetta. Tuttavia non si può metterli al riparo dalla cruda realtà, anche quando si parla di attentati terroristici. Come si può spiegare loro quello che è successo a Bruxelles?

Provate ad immaginare di dover spiegare ai bambini cos’è il terrorismo, chi ammazza chi, in che modo e per quale motivo occorre prendere le contromisure. Non è facile. Così come non è facile spiegare il terrorismo ai bambini evitando che poi abbiano paura e siano sospettosi nei riguardi dei loro coetanei che per nascita e cultura afferiscono al mondo arabo e non necessariamente islamico e fondamentalista.

Qual è il giusto mix di chiarezza e realtà che può informare i piccoli senza traumatizzarli? A dare una risposta a questa domanda ci ha pensato il Time che già a novembre, dopo i fatti di Parigi, aveva proposto 4 consigli per gli adulti alle prese con i bambini e con le spiegazioni dovute sul terrorismo. La traduzione è stata curata da Internazionale:

  1. Bambini in età prescolare. Prima dei sei anni si può evitare di esporre i bambini a queste notizie. I bambini che hanno meno di cinque anni possono confondere i fatti con le paure e per questo è meglio aggiungere dettagli solo per rispondere a domande dirette.
  2. Bambini tra i sei e i dieci anni. Secondo Harold Koplewicz, presidente del Child mind institute, “a questa età conoscere i fatti può aiutare ad alleviare l’ansia”. Ma è meglio evitare l’eccesso di dettagli, come il numero dei morti, e l’uso di parole che possono spaventare. Secondo la psicoanalista francese Claude Halmos è inutile parlare del gruppo Stato islamico, della religione e delle operazioni militari in Siria. I bambini devono essere rassicurati: se gli adulti sembrano tristi non è perché c’è una minaccia diretta alla famiglia, ma solo per le vittime. È importante far capire ai bambini che sono al sicuro: questi attacchi sono molto rari, “i cattivi” sono stati catturati e i feriti guariranno.
  3. Bambini tra i dieci e i quattordici anni. I bambini più grandi potrebbero voler conoscere maggiori dettagli, ma gli esperti consigliano di non dargliene troppi. A questa età è importante chiedergli cosa hanno saputo e come si sentono, devono sapere che si può essere tristi anche se non si sente il bisogno di piangere. I bambini potrebbero mostrarsi indifferenti o voler passare del tempo da soli, ma può essere utile incoraggiarli a esprimere le loro paure ed eventualmente parlare di come comportarsi in caso di emergenza.
  4. Adolescenti, tra i 14 e i 18 anni. I ragazzi che frequentano le scuole superiori probabilmente ricevono informazioni sui più importanti eventi di attualità attraverso i social network e per questo è molto importante aiutarli a distinguere i fatti dalle notizie false e dalle congetture. Gli adolescenti potrebbero rifiutare questo tipo di conversazione: per questo è consigliabile affrontare l’argomento mentre si fa qualcos’altro insieme a loro, secondo Koplewicz. Non crederanno di essere al sicuro dagli attacchi terroristici con una semplice rassicurazione, bisogna invitarli a considerare le probabilità e decidere insieme cosa fare in caso di emergenza, cosa dovrebbero fare nel caso in cui non fossero in grado di tornare a casa o contattare i genitori. Infine, è importante parlare con gli adolescenti dell’uso della violenza, dei suoi effetti e delle alternative.

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