C’era una volta, in Giappone, un pescatore che si chiamava Urascimatarò. Egli era grande e forte, ma forse appunto per questo, amava molto le creature piccole e deboli, e specialmente gli animali.
Un giorno, mentre passeggiava sulla riva del mare, vide un gruppo di ragazzi che si agitavano e gridavano. Si avvicinò, e vide che stavano giocando con una tartaruga, ma giocavano in modo crudele e cattivo, e tormentandola e stuzzicandola in tutti i modi. Fingendo di ridarle la libertà, e quando la tartaruga s’incamminava faticosamente verso il mare, subito le erano addosso e la rovesciavamo sul dorso divertendosi a vederla agitare le zampette all’aria e facendole il solletico sul muso. Poi ricominciare da capo. “Vergogna!” gridò Urascimatarò. “Come potete divertirvi a tormentare così quella povera bestia?” “E tu che c’entri?” risposero i ragazzi, facendo sberleffi. “La tartaruga è nostra. L’abbiamo catturata noi e possiamo fare quello che ci pare.” Urascimatarò rimase male, ma vedendo che con quei monelli le parole non servivano, su frugò in tasca e vi trovò alcune monete. “Sentite,” disse allora ai ragazzi “Volete vendermi la tartaruga? Vi dò tutto il denaro che ho: accettate?” I monelli non se lo fecero dire due volte: presero le monete e corsero verso il più vicino negozio di dolciumi. Urascimatarò raccolse la tartaruga e la portò delicatamente fino al mare, poi la mise nell’acqua dicendo: “Và, povera bestiolina, e un’altra volta cerca di non farti catturare più.” La tartaruga fece un piccolo cenno di saluto, poi scomparve nella profondità del mare. Urascimatarò la seguì con lo sguardo fin che poté, poi volse le spalle e tornò a casa.