Il Bello del Villaggio -5-

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“La festa. Siamo in ritardo.”
“Mmh.”
“Mancano pochi giorni, ci sono un mucchio di faccende da sbrigare e mi pare che siamo tutti impigriti. Non faremo mai in tempo.”
“E’ sempre così, ogni volta, Irani. Poi si risolve sempre.”
“Stavolta è diverso, Madre. E tu lo sai meglio di chiunque altro.
“Sì, è diverso, Irani. Ma non peggiore.”
“Come? Siamo turbate per le parole di quella donna, le regole su cui basiamo la nostra vitapotrebbero essere non sufficienti ad evitare lo svolgersi non buono dell’intera esistenza, potremmo finire alla rovescia anche noi e…” “E…?” “E ti vorresti che venissi proposta come nuova Madre, con tutto questo sconvolgimento dei nostri cuori e delle nostre menti, e io non sono pronta, non sono affatto pronta.” Ecco, la questione spinosa era venuta fuori. Adesso si poteva parlare davvero.
“Non si è mai veramente pronti nei passaggi della vita, e tu lo sai, ma in ogni caso se non ti ritieni adatta ad essere la futura Madre nessuno ti spingerà ad esserlo a tutti i costi, e tanto meno io. Non devi reagire così alle rivelazioni di Marija e delle sue compagne. Loro ci parlano di una possibilità e ci dicono che dipende da noi umani il nostro futuro. Cercano conforto alle loro sofferenze e suggerimenti per cambiare la loro vita, per dar luogo ad una possibilità diversa da quella che hanno vissuto finora (fino ad allora) le loro genti. Abbiamo qualcosa in più, non in meno, a cui pensare, e questo è bene. La trasformazione è bene.
“Solo se si sa dove si va, solo se la trasformazione è in meglio, però.”
“Stai dimenticando, Irani… prova a ricordare i passaggi della tua vita. Avevi paura, non sapevi esattamente dove saresti andata, eppure hai proceduto.”
“Non ero mai sola.”
“E non lo sarai adesso.”
La conversazione si andava facendo pacata, Irani stava cominciando a ragionare. Stavolta fu la Madre ad alzarsi e a preparare una bevanda calda per tutte e due. Nella coppa di Irani versò anche certi fiori essiccati speciali. La gatta bianca e nera si avvicinò a sua figlia che cominciò distrattamente ad accarezzarla e disse: “Bisogna darle un nome.”
“Sì, daglielo tu un nome.”
“domani. Chiamiamola ‘Domani’. Non è dal domani che viene?
“Può darsi, in ogni caso è un bel nome.”
Un vento fresco entrò dalla porta aperta. Era sempre aperta quella porta, d’estate.
“Parliamo con loro, vuoi?”
“loro chi, Madre?”
“Marija e le sue amiche di prima e di dopo. Le nostre… discendenti. Le donne venute dopo di noi.
Fonte: Sara Morace, I Racconti di Domani

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