Pessimisti si nasce… l’atteggiamento negativo comincia sin dalla culla

 Pessimisti fin dalla culla. Secondo uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università del Michigan (Usa), a ‘regalare’ un atteggiamento negativo e angosciato alle persone sarebbero i livelli di una molecola, il neuropeptide Y (Npy), nel cervello. E, sempre stando alla ricerca, i pessimisti sarebbero geneticamente programmati a manifestare negatività. Secondo i ricercatori, i soggetti con bassi livelli di Npy sono, molto più negativi e vivono con fatica le situazioni stressanti. Inoltre sono anche più vulnerabili alla depressione.

Diagnosi precoce e prevenzione
Il gruppo di studiosi pensa che i livelli di Npy nel cervello siano geneticamente programmati, e spera che la scoperta possa portare a una diagnosi precoce e alla prevenzione di queste condizioni. Il team, si legge su ‘Archives of General Psychiatry’, ha sottoposto i pazienti alla risonanza magnetica funzionale, mentre i volontari guardavano uno schermo con delle parole: alcune neutre, altre negative e altre cariche di positività. Ebbene, in risposta alle parole negative (come assassino) i pazienti con basso Npy hanno mostrato una forte attività della corteccia prefrontale, che elabora le emozioni. Gli altri hanno mostrato una reazione ridotta.

L’Orsa -parte seconda-

 Ora, quando il paese fu pieno di femmine, il re le fece mettere in fila e cominciò a camminare, come fa il Gran Turco quando entra nel Serraglio per scegliere la migliore pietra da mola per affilare il suo coltello damaschino; e, andando e venendo su e giù, come una scimmia che non sta mai ferma, e covando e squadrando questa e quella, una gli sembrava storta di fronte, una di naso lungo, chi di bocca larga, chi di labbra grosse, questa troppo alta, quella troppo bassa e malfatta, chi troppo gonfia, chi eccessivamente gracilina; la spagnola non gli piaceva per il suo colorito gialliccio, la napoletana non gli andava a genio per i tacchi con cui cammina, la tedesca gli sembrava fredda e gelata, la francese col cervellino troppo leggero, la veneziana una conocchia di lino con i capelli sbiaditi.

L’Orsa -parte prima-

 Si racconta che c’era una volta il re di Roccaspra, che aveva per moglie la mamma della bellezza, che, nel meglio degli anni, cadde dal cavallo della salute e si ruppe la vita. Ma, prima che si spegnesse la candela del vivere all’asta degli anni, chiamò il marito e gli disse: “So che mi hai sempre amata con tutte le tue ciliegine; per questo mostrami al fondiglio dei miei anni la schiuma del tuo amore, promettimi di non sposarti mai se non trovi un’altra donna bella come sono stata bella io, altrimenti ti lascio una maledizione a tette spremute e ti odierò fin dentro l’altro mondo”.

Il falso uccello e lo sposo stregone -parte seconda-

 E sotto le sembianze di un mendicante, si recò nella casa del pover’uomo a domandare l’elemosina. La seconda figlia gli portò un pezzo di pane, e anche di questa s’impadronì con un solo tocco e poi se la portò via. Non andò meglio neppure alla sorella, si lasciò prendere dalla curiosità, aprì la stanza insanguinata, guardò dentro e al ritorno dello stregone dovette pagare con la vita. Egli andò a prendere la terza che era prudente e scaltra. Quando l’uomo le diede la chiave e partì, per prima cosa mise l’uovo bene al sicuro, poi esaminò la casa, alla fine andò nella stanza proibita. Dio mio, cosa vide! Le sue care sorelle giacevano nella vasca, pietosamente uccise e fatte a pezzi. Ma lei cercò e raccolse le parti del corpo sparse le riunì, testa, corpo, braccia, gambe.

Il falso uccello e lo sposo stregone -parte prima-

 C’era una volta un vecchio mago che, preso l’aspetto di un mendicante, andava di casa in casa chiedendo l’elemosina e si portava via le belle ragazze. Nessuno aveva idea di dove le portasse, né di che fine facessero, perché non tornavano mai più. Un giorno arrivò davanti alla porta di un uomo che aveva tre belle figliole, lo stregone aveva l’aspetto di un poverello e portava sulla schiena una gerla come se volesse raccogliere lì i doni che riceveva. Chiese per carità un pezzo di pane e quando la figlia più grande glielo offrì, la toccò appena e quella dovette balzargli nella gerla. Poi lo stregone se n’andò a grandi passi e se la portò nella sua casa che stava nella boscaglia più fitta.

Le canzoni dei cartoni animati: Lamù

LAMU’

Sara’ un amore strano questo qua’ (UOOUOOOO)
che brucia fuori dentro qua’ e la’ (UOOUOOOO)
uno sguardo solamente e la fiamma e’ accesa gia’
scappo resto fuggo torno chi lo saaaa

Com’e’ difficile stare (AL MOONDO)
Com’e’ difficile stare (AL MOONDO)
Com’e’ difficile stare (AL MOONDO)
e non possiamo sbagliare maaai

Cartoni animati: Jeeg robot d’acciaio

 Jeeg robot, uomo d’acciaio è un anime televisivo di 46 episodi prodotto dalla Toei Animation nel 1975 su soggetto di Go Nagai. Nello stesso anno ne fu pubblicata anche una riduzione manga in collaborazione con Tatsuya Yasuda. La serie è stata trasmessa per la prima volta in Italia nel 1979. Ha riscosso un notevole successo, paragonabile solo a quello di altre grandi serie del genere, come UFO Robot Goldrake e le serie di Mazinga.

Trama
Il professor Shiba, noto scienziato giapponese, durante una ricerca archeologica, scopre una antica campana di bronzo appartenuta all’antico popolo Yamatai, soggetto alla perfida regina Himika. Una popolazione che ha sempre fatto come regola di vita la sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Il popolo Yamatai non si è estinto, si è ibernato nella roccia in attesa di ritornare in vita: solo la magica campana di bronzo gli permetterebbe di conquistare il mondo: per questo il professore decide di nascondere la campana e approfittando di un grave incidente di laboratorio in cui viene disgraziatamente coinvolto suo figlio Hiroshi, gli miniaturizza nel petto la campana, rendendolo invulnerabile.

Fertilità: il ruolo degli aminoacidi nella dieta

Pensando a un organo importante per la fertilità, in genere non si indica certo il fegato. Eppure uno studio tutto italiano, pubblicato su ‘Cell Metabolism’ da un gruppo di studio coordinato da Adriana Maggi, direttore del Centro di eccellenza sulle malattie neurodegenerative dell’Università degli Studi di Milano, non solo sancisce la rilevanza fisiologica del recettore degli estrogeni nel fegato, ma dimostra che gli aminoacidi presenti nella dieta agiscono direttamente sul questo recettore, attivandolo. E svolgono quindi una funzione molto importante per la fertilità.

Il fegato e la fertilità
Da tempo si sapeva che il recettore degli estrogeni era espresso nel fegato, ma nessuno fino ad oggi aveva studiato a fondo il ruolo di questa molecola. Il gruppo della Statale milanese ha lavorato su un modello animale nel quale l’attività del recettore degli estrogeni poteva essere analizzata con metodi di immagine non invasivi nell’animale vivente. Da subito il modello ha indicato che il recettore degli estrogeni nel fegato si dimostrava più attivo che in qualsiasi altro organo, inclusi gli organi direttamente legati alla riproduzione.

Le fiamme e la caldaia

 In mezzo alla tiepida cenere era rimasto un tizzo di carbone ancora acceso. Con grande penuria e con molta parsimonia consumava le sue ultime energie, nutrendosi del minimo indispensabile per non morire. Ma giunse l’ora di mettere la minestra sul fuoco, e perciò il focolare fu rifornito di nuova legna.
Uno zolfanello, con la sua piccola fiamma, resuscitò il tizzo che pareva ormai spento; e una lingua di fuoco guizzò fra la legna, sopra alla quale era stata appesa la caldaia.

La fortuna di Bodsbeck

 I brownie e le fate sono contenti se si lacia ogni giorno del cibo per loro fuori della porta di casa, ma detestano essere trattati con particolari riguardi.
Alla fattoria di Bodsbeck a Moffatdale c’era un brownie che lavorava di gran lena, sia in casa che nei campi, e si dava tanto da fare che Bodsbeck divenne la fattoria più ricca della zona.
Egli mangiava a volontà; ma erano cose semplici, e se ne cibava in piccole quantità. In un periodo dell’anno in quale la mietitura richiedeva un lavoro ancora più duro del solito, il fattore lasciò da parte per il brownie un pasto in più, a base di pane e latte, pensando di fare una cosa giusta nei suoi confronti, visto che durante il raccolto tutti i lavoranti ricevevano una maggiore quantità di cibo.