Antibiotici ‘salva bebè’ prima dell’amniocentesi: l’uso sempre maggiore di questi farmaci prima di eseguire l’esame ha ridotto il rischio aborto da 1 su 100 a meno di 1 su 1000. Ad affermarlo è Paolo Scollo, direttore del dipartimento Materno infantile e dell’Unità operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’Azienda ospedaliera Cannizzaro di Catania e vicepresidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo).
“Nei reparti di Ostetricia – ribadisce l’esperto – il numero di donne in gravidanza ricoverate per complicanze dell’amniocentesi si è, nel corso degli anni, notevolmente ridotto: in passato il rischio di aborto era dell’1%, che è sceso progressivamente allo 0,3-0,5%. L’assunzione di antibiotici prima dell’esame è finalizzata a contrastare i batteri che normalmente colonizzano le vie genitali femminili anche durante la gravidanza e che, sfruttando il momento del prelievo del liquido amniotico, possono causare infezioni al liquido stesso, determinando di conseguenza la rottura del sacco amniotico in cui è contenuto il bambino. Il rischio di aborto legato all’amniocentesi, infatti, non dipende strettamente dal prelievo in sé, ma è legato all’eventualità che il liquido si infetti, nei giorni immediatamente successivi“.
Mese: Gennaio 2011
La Bella addormentata nel bosco -parte quarta-
C’era un silenzio, che metteva paura: dappertutto l’immagine della morte: non si vedevano altro che corpi distesi per terra, di uomini e di animali, che parevano morti, se non che dal naso bitorzoluto e dalle gote vermiglie dei guardaportoni, egli si poté accorgere che erano soltanto addormentati, e i loro bicchieri, dove c’erano sempre gli ultimi sgoccioli di vino, mostravano chiaro che si erano addormentati trincando. Passa quindi in un altro gran cortile, tutto lastricato di marmo; sale la scala ed entra nella sala delle guardie, che erano tutte schierate in fila colla carabina in braccio, e russavano come tanti ghiri; traversa molte altre stanze piene di cavalieri e di dame, tutti addormentati, chi in piedi chi a sedere. Entra finalmente in una camera tutta dorata, e vede sopra un letto, che aveva le cortine tirate su dai quattro lati, il più bello spettacolo che avesse visto mai, una principessa che mostrava dai quindici ai sedici anni, e nel cui aspetto sfolgorante c’era qualche cosa di luminoso e di divino. Si accostò tremando e ammirando, e si pose in ginocchio accanto a lei. In quel punto, siccome la fine dell’incantesimo era arrivata, la principessa si svegliò, e guardandolo con certi occhi, più teneri assai di quello che sarebbe lecito in un primo abboccamento, “Siete voi, o mio principe?”, ella gli disse. “Vi siete fatto molto aspettare!”
La Bella addormentata nel bosco -parte terza-
Gli stessi spiedi, che giravano sul fuoco, pieni di pernici e di fagiani si addormentarono: e si addormentò anche il fuoco. E tutte queste cose furono fatte in un batter d’occhio; perché le fate sono sveltissime nelle loro faccende.
Allora il re e la regina, quand’ebbero baciata la loro figlia, senza che si svegliasse, uscirono dal castello, e fecero bandire che nessuno si fosse avvicinato a quei pressi. E la proibizione non era nemmeno necessaria, perché in meno d’un quarto d’ora crebbe, lì dintorno al parco, una quantità straordinaria di alberi, di arbusti, di sterpi e di pruneti, così intrecciati fra loro, che non c’era pericolo che uomo o animale potesse passarvi attraverso. Si vedevano appena le punte delle torri del castello: ma bisognava guardarle da una gran distanza. E anche qui è facile riconoscere che la fata aveva trovato un ripiego del suo mestiere, affinché la principessa, durante il sonno, non avesse a temere l’indiscrezione dei curiosi. In capo a cent’anni, il figlio del re che regnava allora, e che era di un’altra famiglia che non aveva che far nulla con quella della principessa addormentata, andando a caccia in quei dintorni, domandò che cosa fossero le torri che si vedevano spuntare al di sopra di quella folta boscaglia.
La Bella addormentata nel bosco -parte seconda-
Fatto sta, che passati quindici o sedici anni, il re e la regina essendo andati a una loro villa, accadde che la principessa, correndo un giorno per il castello e mutando da un quartiere all’altro, salì fino in cima a una torre, dove in una piccola soffitta c’era una vecchia, che se ne stava sola sola, filando la sua rocca. Questa buona donna non sapeva nulla della proibizione fatta dal re di filare col fuso.
“Che fate voi, buona donna?”, disse la principessa. “Son qui che filo, mia bella ragazza”, le rispose la vecchia, che non la conosceva punto.
“Oh! carino, carino tanto!”, disse la principessa, “ma come fate? datemi un po’ qua, che voglio vedere se mi riesce anche a me.” Vivacissima e anche un tantino avventata com’era (e d’altra parte il decreto della fata voleva così), non aveva ancora finito di prendere in mano il fuso, che si bucò la mano e cadde svenuta. La buona vecchia, non sapendo che cosa si fare, si mette a gridare aiuto. Corre gente da tutte le parti; spruzzano dell’acqua sul viso alla principessa: le sganciano i vestiti, le battono sulle mani, le stropicciano le tempie con acqua della regina d’Ungheria; ma non c’è verso di farla tornare in sé.
La Bella addormentata nel bosco -parte prima-
C’era una volta un re e una regina che erano disperati di non aver figli, ma tanto disperati, da non potersi dir quanto. Andavano tutti gli anni ai bagni, ora qui ora là: voti, pellegrinaggi; vollero provarle tutte: ma nulla giovava. Alla fine la regina rimase incinta, e partorì una bambina.
Fu fatto un battesimo di gala; si diedero per comari alla principessina tutte le fate che si poterono trovare nel paese, ce n’erano sette, perché ciascuna di esse le facesse un regalo; e così toccarono alla principessa tutte le perfezioni immaginabili di questo mondo.
Dopo la cerimonia del battesimo, il corteggio tornò al palazzo reale, dove si dava una gran festa in onore delle fate. Davanti a ciascuna di esse fu messa una magnifica posata, in un astuccio d’oro massiccio, dove c’era dentro un cucchiaio, una forchetta e un coltello d’oro finissimo, tutti guarniti di diamanti e di rubini. Ma in quel mentre stavano per prendere il loro posto a tavola, si vide entrare una vecchia fata, la quale non era stata invitata con le altre, perché da cinquant’anni non usciva più dalla sua torre e tutti la credevano morta.
Il re le fece dare una posata, ma non ci fu modo di farle dare, come alle altre, una posata d’oro massiccio, perché di queste ne erano state ordinate solamente sette, per le sette fate.
Le canzoni dei cartoni animati: L’incantevole Creamy
L’INCANTEVOLE CREAMY
Yu dolce amica mia e’ bello che tu sia
vivace svelta e carina come me
poi con la fantasia e un tocco di magia
Yu ora non c’e’ piu’ e invece Creamy ci sei tu
pari-pam-pum, eccomi qua
pari-pam-pum, ma chi lo sa
se babbo, mamma e Toshio
lo san che Yu son proprio io
pari-pam-pum spesso lo sai
pari-pam-pum combino guai
ma Posi e Nega in coppia son qua
e il guaio presto sparira’
Cartoni animati: Kiss me Licia
Love Me Knight è un manga di Kaoru Tada, pubblicato in Giappone dal 1982 al 1984 dalla casa editrice Shueisha. In Italia è stato pubblicato tra il 2002 e 2003 dalla Star Comics. Il manga è stato poi trasposto in un fortunato anime, trasmesso in Giappone dal 1983, con lo stesso titolo del manga. In Italia ha debuttato su Italia 1 nel settembre 1985, con il titolo Kiss Me Licia.
La storia
L’opera racconta la storia di Yaeko Mitamura (detta Yakko; nella versione italiana Luciana, detta Licia), una ragazzina che lavora al Mambo, l’okonomiyaki-ya (ristorantino tipico specializzato in okonomiyaki) gestito dal padre Shige-san (Marrabbio).
Un giorno Yakko incontra per caso Hashizō (Andrea), un bambino che frequenta l’asilo, scappato di casa col suo gatto Giuliano, e si prende cura di loro. Poco dopo, mentre cammina per strada, si scontra con Gō (Mirko) il fratello maggiore di Hashizō, nonché leader e cantante del gruppo dei Bee Hive, preoccupato per la scomparsa del fratellino.
Bimbi nati sordi: al Bambin Gesù gli impianti cocleari che donano l’udito
Tra qualche anno il linguaggio dei segni potrà essere solo un ricordo grazie agli impianti cocleari che donano l’udito ai bambini nati sordi, consentendo loro di imparare a parlare in tempi brevissimi. Questi interventi sono ormai prassi comune all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che, con la sua esperienza trentennale nella microchirurgia dell’orecchio, si pone come Centro d’eccellenza per il trattamento della sordità in età pediatrica.
Il leone, l’orso e la volpe
Quella mattina un grande orso bruno, era proprio affamato. Vagava con la lingua di fuori per la foresta in cerca di un po’ di cibo quando all’improvviso vide, nascosto tra i cespugli, un bel capretto abbandonato sicuramente da qualche cacciatore. Fuori di sé dalla gioia si tuffò su quell’insperato tesoro culinario ma, proprio nello stesso momento ebbe la medesima idea anche un grosso leone che non mangiava da alcuni giorni. I due si trovarono faccia a faccia e si studiarono con espressione rabbiosa.
“Questo cesto appartiene a me!” urlò l’orso.
“Bugiardo!” Ruggì il leone infuriato.
In men che non si dica esplose una lotta terribile tra i contendenti i quali si azzuffarono insultandosi senza riserva. Intanto, poco distante, una giovane volpe passeggiava tranquilla per il bosco occupandosi delle proprie faccende. All’improvviso venne attirata da insolite urla e si avvicinò al luogo di provenienza per scoprire di cosa si trattasse.
L’aquila e lo scarafaggio
Un’aquila inseguiva una lepre per catturarla. Questa non sapeva come trovare aiuto; così, visto uno scarafaggio, il solo essere in cui il caso la fece imbattere, si diede a supplicarlo. Lo scarafaggio la rassicurò e, appena l’aquila gli si avvicinò, prese a scongiurarla perché non gli portasse via la povera lepre. Ma l’aquila non si curò di quel piccolo insetto nero e divorò la lepre proprio sotto i suoi occhi.
Memore dell’offesa, lo scarafaggio, da allora, prese a seguire l’aquila con costanza: osservava i luoghi dove quella faceva il nido e deponeva le uova; volava al nido, si posava sulle uova e le faceva rotolare provocandone la rottura.
Cacciata da tutti i luoghi, l’aquila un giorno si rivolse a Giove e lo pregò di procurarle un luogo sicuro, dove poter fare le sue covate. Giove le permise di deporre le uova nel proprio grembo. Ma lo scarafaggio ideò uno stratagemma: fece una pallottola di sterco, volò sopra il grembo di Giove e ve lo lasciò cadere.